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CAMPIONATO PROMOZIONE TOSCANA STAGIONE 1987/88 SQUADRA: SESTESE Si chiama Andrea Lodovini, il portiere (ormai ex) che detiene, dal lontano 1988, il record di imbattibilità in Italia. E' di 2.243 minuti, poco meno di 25 partite, giocate nella Sestese nel campionato di Promozione nella stagione 1987/88. Dalla Serie A, passando per tutte le altre categorie (professionistiche e dilettantistiche), nessuno, in tanti anni, è riuscito a superare questo record. Record ancora vivo nei ricordi dell'uomo Lodovini, oggi imprenditore nel settore edile....

 

Come hai costruito questo record e quando ti sei reso conto che potevi batterlo?

Te ne rendi conto quando cominci a esserci vicino e vedi l’interesse che cresce, anche se, diciamocelo chiaramente, è un record creato a livello mediatico, di stampa, di immagine. 2243 minuti corrispondono a circa 25 partite: ho preso un gol alla prima partita di campionato  dopo 5’, alla quarta su rigore e alla 29ma su autorete, una cosa più unica che rara.
Ma non è che con quel record abbiamo vinto qualcosa, anzi …
 
 
E perché la squadra non è andata bene?
 
Probabilmente l’inseguimento di questo traguardo ci ha portato a giocare troppo in difesa. La squadra era costruita per vincere, ma arrivati a un certo punto, col can can mediatico, evidentemente la squadra cominciò a pensare al record, più che alla vittoria del campionato. Abbiamo pareggiato ben 16 partite per zero a zero. Così siamo arrivati terzi, e non è che non avessimo un buon attacco, alcune partite le abbiamo vinte 5-0, 3-0,  ma inconsciamente c’era la tendenza a primo non prenderle. Io in effetti mi sento un po’ un usurpatore, il record non è solo merito mio.
 
 
Però la gloria è andata tutta a te.
 
Le esigenze dei media sono quelle a creare un personaggio. Intorno a me, che avevo 22 anni, ci fu un interesse davvero spropositato, per quello che ero, un portiere che giocava in promozione. Quando feci il record avevo quattro o cinque giornalisti che mi correvano dietro mentre facevo il riscaldamento. I giornali ne hanno parlato molto: ho tenuto via un ritaglio della Gazzetta dello sport dell’estate successiva, dove risultavo terzo nella classifica dei giocatori più citati nella campagna di acquisti e cessioni, il mio nome era accanto a quello di Maradona. Poi naturalmente queste cose hanno un apice velocissimo ma poi cadono altrettanto velocemente. Io non mi sento particolarmente scafato in queste cose, non credevo alla carnevalata, ma speravo che portasse qualche risultato concreto. Invece alla fine, a parte qualche chiamata sporadica, non ci fu niente e rimasi sempre a quei livelli.
 
 
Che cosa ti passava per la testa, quando ti rendesti conto che si poteva fare il record?
 
Non mi ricordo il momento preciso, ma i giornali facevano il countdown e quando si era abbastanza vicini capii che ce la potevo fare.  C’erano anche dei lati negativi. Una cosa che non ho mai capito, ma forse chi conosce bene i meccanismi dello star system lo sa,  è questa: i tifosi mi offendevano in maniera violentissima, perché in qualunque parte andassi ero il bersaglio. Offendevano me, i miei genitori, molto più di prima. Le offese non erano verso la squadra, ma personalmente verso di me, sembrava che questa cosa desse fastidio. Non era una cosa studiata, era una reazione istintiva della gente, degli spettatori, non dei giocatori avversari, che non dico erano solidali, ma quasi. Gli spettatori invece erano una cosa veramente brutta, non piacevole. Di fronte al grande interesse della stampa ero combattuto tra lo sperare qualcosa di meglio ed essere invece disincantato. Poi è andata come ho detto e mi ha fatto piacere, lì per lì, anche se alla fine non ha portato niente di concreto.
 
 
Hai superato di molto il vecchio record?
 
Il record precedente era 1760 minuti, quindi l’ho superato di cinque partite. Poi il campionato è finito in maniera ingloriosa. La Promozione di allora era diversa da oggi, perché c’erano molte meno squadre: non c’era ancora l’Eccellenza, era un bel campionato, si fece lo spareggio con il Grosseto, che ora sta in B.
 
 
 
Cosa distingue il portiere dagli altri giocatori nel vivere la partita di calcio?
 
La partita del portiere è completamente diversa. Immagino che per gli altri giocatori sia uno sforzo fisico che porta a una liberazione della tensione, perché la loro prestazione complessiva è scomposta in tantissimi gesti tecnici, possono avere anche una certa percentuale di errori. Il portiere invece è un ruolo dove tocchi pochissimi palloni e non devi sbagliare mai, quindi è la condizione psicologica è molto più importante di tutto il resto. Chiaramente ti aiuta molto allenarti bene, è evidente, ma la cosa più importante è tutto il lavoro di testa. In alcune partite riuscivi a raggiungere la condizione che io chiamavo di nirvana, quella per cui tutto il gesto diventa non ragionato ma automatico, non è condizionato dalla paura di sbagliare, dalla previsione di quello che farai, di come lo farai, ma semplicemente lo fai e tutto ti riesce bene. Ci sono altre partite in cui entri nel pallone e diventa un dramma. Io avevo il difetto di essere troppo emotivo. In quelle 25 partite non sbagliai niente, feci anche belle parate, ma naturalmente ci sono situazioni in cui non puoi far niente, se ti tirano il rigore all’angolino è il rigore all’angolino, prendi gol.
Sono stato anche fortunato, in quelle partite non m’hanno mai tirato un tiro al sette, mai un rimbalzo fatto male, mai un rigore. Una volta mi si è fermata la palla sulla riga perché c’era una pozza, certo sono stato molto bravo, ho fatto belle parate, non ho sbagliato niente e questa è anche una grande nota di merito, ma devo anche dire che gli avversari non hanno fatto niente di che.
 
 
All’epoca non c’era ancora una grande conoscenza delle tecniche di preparazione psicologica. Tu facevi qualcosa?
 
No. La concentrazione, quando fai sport e sbagli, è anche frutto di quello che uno legge, che impara, che vive, ma niente di particolare: io cercavo di arrivare a quello stato che descrive Lo zen e il tiro con l’arco, dove tu sei la freccia. Sono certo però che se non sono mai stato in serie A vuol dire che non riuscivo tanto bene, i risultati alla fine parlano chiaro, però mi son divertito tanto.
Leggevo tantissimo, ho sempre cercato di capire, conoscere, approfondire. Uno dei miei difetti è quello di avere sempre un accento critico su tutto quello che mi circonda, non riesco mai a accettare le cose per quello che sono, il che non è un difetto, ma può diventarlo quando è eccessivo: ti fa diventare … un disturbatore della quiete pubblica e, questo l’ho capito con gli anni, ti fa diventare anche un po’ presuntuoso. Perché è giusto avere spirito critico, è fondamentale, è alla base di qualsiasi spirito umano, perché se non devi usare il cervello è bene che lo lasci a casa, però anche averne troppo alla fine porta a convincersi di avere sempre ragione. Alla fine non ti godi le cose, sono sempre stato quello del “ma”, poi con gli anni un pochino cambi, ma non so mai qual è la cosa giusta, ma è anche bello cercarla.
 
 
Se devi tornare ai novanta minuti sul campo, c’è la partita perfetta del portiere? E quanto conta l’istintualità?
 
Ci sono portieri che sono istintivi al massimo perché hanno grande talento, e quando il talento è forte non riesci anche a instradarlo.
Il ruolo del portiere è analizzabile. L’allenamento è tutto un esercizio sui gesti: si studia come metti il piede, due centimetri più in là, e quella è costruzione tecnica, che è necessaria, però c’è gente che ce l’ha in modo naturale. Io ero tra quelli più cerebrali, io ero bravo nelle uscite alte, nel guidare la squadra, facevo più gioco di squadra. Buffon tecnicamente non è perfetto, ma è talmente capace di fare qualunque cosa, mentre Zoff era un cerebrale. Io facevo parte dei cerebrali e a volte il “cerebro” dava i numeri e quindi facevo danni.
Esiste la partita perfetta quando incontri lo stato mentale scevro da tutti i condizionamenti. Che non so come definirlo, io lo chiamavo Nirvana.
 
 
Che ruolo ha l’allenatore dei portieri?
 
Ha un ruolo molto importante. C’è un ruolo tecnico, che consiste nel saper analizzare e costruire la prestazione in tutti i suoi particolari e poi c’è un ruolo psicologico perché, dato che ne prepara due o tre al massimo, si crea un rapporto da fratello maggiore, qualche volta da padre, da amico fraterno, sempre molto forte, magari anche combattuto, ma mai neutro. E’ un rapporto fortissimo.
 
 
Come dev’essere la visione del portiere?
 
A 180 gradi, forse qualcosa in più. Io ero di quelli che partecipano molto al gioco della squadra, chiamando i giocatori nelle loro posizioni, facendoli scalare, giocavo molto alto, fuori dall’area, già allora che non era di moda come oggi. Il portiere può dare la sicurezza alla squadra, se uno ha dietro un portiere così, gioca molto più tranquillo. Io ero molto estroverso, in campo ne ho combinate di tutti i colori.
 
 
Torniamo al giorno del record, come te lo ricordi?
 
E’ stato qui vicino, a Tegoleto, c’erano giornalisti che mi volevano intervistare mentre correvo, all’inizio aveva circa trenta minuti per raggiungere il record, c’era molta gente che seguiva questa partita, presi gol dieci minuti prima della fine del record, ma l’arbitro l’annullò per fuorigioco. Secondo me era una decisione giusta, ma qualcuno dice che non c‘era, e dopo vent’anni continuano ancora con la polemica, ma qui siamo polemici per natura. Poi ci fu una gran festa, mi sembra si interruppe la partita. Ormai era diventato un evento nazionale. Mi arrivò un parainvito alla Domenica sportiva, ma risposi un po’ male.
Poi fui invitato a una trasmissione con Fabio Fazio, Walter Zenga e Roberta Termali, si chiamava “Forza Italia” perché allora una trasmissione si poteva chiamare ancora così.
Una cosa che mi ha sempre colpito è che sul Corriere dello sport fu pubblicata la trascrizione di una telefonata tra me e Tarabocchia, che era il portiere che deteneva il record prima di me. Purtroppo quella telefonata non c’è mai stata, non so neanche chi sia, non l’ho mai visto e sentito. Capii come devi stare attento a come dici le parole e come le riportano. Ad esempio, mi chiesero chi avevo avuto come allenatore dei portieri ad Arezzo e io risposi “Pinella Rossi”, ma io e lui si era come cane  e gatto. Sul giornale il giorno dopo leggo il titolo: “Il mio maestro è Pinella Rossi.
 
 
Il tuo vero allenatore-maestro?
 
Ennio Quintavalle, che è il presidente onorario, credo, della Apport, associazione preparatori portieri, era un personaggio molto piacevole, simpatico, capiva il mio carattere, mi faceva sfogare, perché io sono anche conquistabile.
 
 
E il primo gol che hai preso dopo il record?
 
E’ successo un episodio spiacevole. Ogni partita era fonte di grandi tensioni. Quel giorno c’era uno spettatore che stava vicino alla rete e me ne diceva di tutti i colori. Alla fine della partita sono partito di corsa per prenderlo. Abbiamo corso fino alla rete e nel percorso c’era chi cercava di fermarmi, come un carabiniere: mi ricordo, lo buttai in terra. Alla fine mi bloccarono in venti e lì finì la storia, ingloriosamente.
Il lunedì, nella descrizione sui giornali, c’era scritto così: Lodovini è stato fermato grazie all’intervento del maresciallo tal dei tali, cercano sempre tutti di farsi pubblicità.
L’anno dopo feci altri 940’ senza gol, che non era il record, ma comunque era un bel risultato. E quell’anno si vinse la Coppa italia a livello nazionale, che fu una bella soddisfazione.
A me piaceva il risultato individuale, ma mi piaceva soprattutto vincere con la squadra, perché il calcio è uno sport di squadra.
 
 
Intervista pubblicata grazie alla gentile concessione del giornalista Luciano Minerva
( http://www.elbadipaul.it/andrea-lodovini-un-record-inviolato-da-25-anni/ )

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