logo 2018 rev2 def

Pagotto, un calcio al passato..vissuto tra squalifiche e cocaina 

25.03.2019

Una lunga intervista all'ex portiere Angelo Pagotto squalificato 8 anni per cocaina..


 Un lungo quanto interessante articolo tratto dal sito gianlucadimarzio.com in cui l'ex Pagotto racconta la sua vita di ieri e oggi.

 

Due squalifiche per doping, dieci anni fuori dal calcio. "Una sola volta ero colpevole". Da eroe nella notte di Barcellona a una notte che sembrava infinita. Oggi Pagotto ricomincia. Fra un lavoro da magazziniere e una nuova avventura nel calcio

Pochi secondi per sentirsi meno solo. La voglia di evadere e di essere uno del gruppo. Nel gruppo sbagliato, “fra ragazzi che giravano con le pistole e mi facevano sentire uno di famiglia. Sono stato un c...ione. E pagherò quei secondi tutta la vita”.

Angelo Pagotto oggi ha 45 anni e la forza di parlare di un errore commesso. Nel 2015 ha finito di scontare gli otto anni di squalifica per una sniffata di cocaina quando giocava (poco) a Crotone. Beccato per la seconda volta, ma “la prima quand’ero a Perugia ero innocente e vi spiegherò perché”. Il passato verrà dopo. Questo racconto comincia dal presente di un portiere che ha gettato i guanti e cambiato divisa.

Poteva essere su una spiaggia a godersi i soldi guadagnati in carriera. E invece ogni mattina deve alzarsi presto per andare al lavoro. Prato, settore tessile, magazziniere di un’azienda di vestiti. “Questa è la mia vita oggi. Sette ore al giorno. Non mi spaventa, ringrazio mia sorella che mi ha trovato quest’impiego. Da quando ho dovuto smettere col calcio, mi sono rimboccato le maniche. Ho fatto il cuoco, il pizzaiolo, sono andato in Germania. Ho lavorato di giorno e di notte, lavando piatti e riprendendo in mano la mia vita. Sono ancora in piedi”.

Un calcio al passato senza mettere il calcio nel passato. Perché il richiamo del campo è più forte della solitudine provata. Perché “se nessuno mi ha cercato è stato anche colpa del mio carattere. Ho sempre preferito rinchiudermi e non costruire rapporti falsi”. Non importa quanto tempo è trascorso. Alle porte c’è un nuovo inizio. “Mi ha chiamato la Lucchese. Da questa settimana inizio a collaborare con loro. Farò il preparatore dei portieri. So benissimo che stanno fallendo e non c’è un centesimo, ma per me è una gioia impagabile. Torno ad assaporare il campo, toglierò ore al mio lavoro, ma è un investimento su me stesso. Vorrei che il calcio tornasse a essere la mia professione. Ne ho bisogno, è sempre stata la mia vita”.

L’emozione di un bambino e la consapevolezza di un uomo. Un salto indietro di trent’anni, quando il pallone non portava niente in banca. Quando tutto era ancora possibile. Le compagnie sbagliate gli hanno rovinato la carriera, l’isolamento non l’ha mai aiutato. Sensibilità e timidezza, due facce di una moneta troppo spesso caduta dal lato sbagliato. “Ho tradito me stesso e chi credeva in me: mia mamma mi ha creduto sempre. Poi dopo quel maledetto errore del 2007 è stato tutto più difficile anche con lei”. La voce di Angelo si alza e si abbassa. È un valzer fra orgoglio e riflessione, con un quaderno degli errori sempre aperto alle spalle e un album dei ricordi da risfogliare per sentirsi vivo.

Sei campionati vinti, cinque ai rigori. In quei momenti la sensibilità era il suo punto di forza. “Cercavo di capire chi avevo davanti. Entravo in empatia e facevo i miei ragionamenti psicologici. Sui singoli rigori è più difficile, ma su una serie mi sentivo sempre più sicuro. E andava quasi sempre bene”.
Un titolo allievi con il Napoli, due promozioni dalla C alla B con Pistoiese e Triestina, una dalla B alla A con il Perugia e soprattutto un titolo , europeo con l’under 21 nel maggio del ’96: 120 minuti eroici a Barcellona contro la Spagna in 9 contro 11 e due rigori parati a De la Peña e Raul nella lotteria finale. “Ancora oggi faccio fatica a credere di aver vissuto quel momento”. Eppure è successo: eroe di un gruppo con Totti e Nesta, titolare davanti a Buffon.
La prima stagione di serie A alle spalle con la Sampdoria, la prospettiva di un grande club davanti. La prima pagina del diario degli errori. “Mi chiamò il Milan. Avrei dovuto capire che era troppo presto per fare quel passo. L’anno prima avevo avuto la forza di rifiutare la chiamata di Moggi alla Juve, quell’estate invece ascoltai i consigli del mio procuratore. Fu un disastro”. Bianco o nero, eroe o capro espiatorio. Il suo percorso non ha conosciuto vie di mezzo. “Feci panchina per mesi, poi Sacchi - subentrato al posto di Tabarez - mi diede una possibilità viste le incertezze di Rossi. All’inizio andò bene, poi tornai a sedere dopo una sconfitta contro il Parma”. Poi contro la Sampdoria ecco il patatrac. “Il destino mi punì”. Uno stop sbagliato su un retropassaggio e un gol regalato ai vecchi compagni. San Siro lo fischia, Angelo si perde. “Non ero pronto per quel contesto. Avevo bisogno di un clima familiare per rendere, come quelli di Pistoia e di Genova”.
L’anno successivo inizia male a Empoli, per finire in gloria a Perugia. Promozione ai rigori contro il Torino, una serie A ritrovata sul campo. Per poco, purtroppo. “Alla prima partita del campionato perdemmo 4-3 in casa con la Juventus. Pioveva a dirotto, sia io che Peruzzi commettemmo degli errori. Alla fine il presidente Gaucci disse che mi ero venduto la partita. Alessandro Moggi era il mio procuratore, nella sua testa avevo fatto un favore al padre. Mise in mezzo anche Tovalieri. Chiese a Castagner di escluderci. E il mister lo assecondò”. Qualche altra fugace apparizione, poi l’esilio a Reggio Emilia in B da febbraio, mentre “il Milan vinceva lo scudetto a Perugia con le parate di Abbiati. Al cui posto avrei dovuto essere io, se in estate non avessi chiesto al Milan di liberarmi. Strana la vita eh?”.
Sorride amaro Angelo. Sa che sta arrivando il momento di toccare quell’argomento. Stagione ‘99/2000, la prima volta che le parole “cocaina” e “Pagotto” marciano insieme. Sorteggiato a Firenze, il 20 novembre del ’99. Il giorno dopo è il suo compleanno. La sorpresa arriva qualche settimana più tardi: positivo all’antidoping. “Pensai subito a un errore. Non avevo mai avuto lontanamente a che fare con certe sostanze. La magistratura aprì un’indagine. Fu appurato che il controllo era stato fatto senza le dovute norme di sicurezza. Un inquirente mi disse testualmente che aveva capito che era stato commesso un reato ma non c’era la pistola fumante”. Manomissione, scambio di provetta, sospetti. Quattro persone sorteggiate, cinque buste aperte. Angelo professa la sua innocenza, ma alla fine la giustizia sportiva scrive la sentenza: due anni di squalifica. “Fui licenziato dal Perugia per giusta causa. Persi un contratto importante e la reputazione. Io so la verità e questo mi basta. Quando ho sbagliato, l’ho ammesso. Ma quella volta ero innocente e lo ripeterò fino alla morte. Fui analizzato anche nelle settimane precedenti e in quelle successive. Solo quella volta i valori erano sballati”.
Per un anno e mezzo gira le spalle al calcio. Va a Miami, dimentica tutto, poi torna e si rimette i guanti. La squalifica termina, la Triestina in serie C gli riapre le porte. “Vincemmo il campionato e la stagione successiva chiudemmo primi il girone di andata”. Poi il crollo e nuove accuse. “Iniziammo a perdere e il presidente Berti, tanto per cambiare, dette la colpa a me. Disse che mi vendevo le partite. Avrebbe dovuto guardare più attentamente cosa succedeva in quella squadra, chi tirava indietro e chi dava l’anima. Io lo denunciai. Avevo già un’etichetta che non meritavo, un’altra non potevo sopportarla. Rescissi il contratto, rinunciando ai soldi ma non alla dignità”.
La sua vita calcistica riparte dalla Toscana: Arezzo e Grosseto tappe intermedie prima di arrivare a Crotone. Cinque partite, una vittoria contro il Napoli e un sorteggio all’antidoping dopo una sconfitta contro lo Spezia. “Mentre riempivo quella provetta non pensavo alla cazzata che avevo fatto. Avevo sniffato più di dieci giorni prima, non valutando le conseguenze di quella follia”. Un laboratorio scrive la risposta: positivo. È la fine di maggio del 2007, sono passati undici anni dalla notte di Barcellona. Sembra un secolo. Angelo ammette, il giudice gli dà otto anni. Diventeranno qualche mese in più perché viene fotografato mentre allena i portieri della Sanremese.
Oggi Angelo fa il magazziniere e nei fine settimana prende un treno per Napoli. “Gioco un torneo amatoriale, si chiama Intersociale. Ho ritrovato qualche vecchio compagno e giovani accaniti. Vado in palestra ogni giorno per farmi trovare pronto. Ci tengo a non fare brutte figure. Non fumo, bevo un bicchiere ogni tanto e curo l’alimentazione. Ho una nuova compagna – Carolina – che mi ha aiutato a girare pagina. Stiamo insieme da sette anni, presto ci sposeremo”.

Questa volta Angelo sorride davvero. Il peggio sembra essere alle spalle. Basta uscite a vuoto, basta etichette. Ha sconfitto la depressione e ucciso il passato. E questo conta più di un rigore parato a Raul. Era lui quel giorno, anche se oggi fatica a crederlo.


Condividi