logo 2018 rev2 def

Boranga, il portiere comunista che ora gioca per la Lega 

30.04.2009

«Il pugno chiuso in campo l’ho fatto una volta sola. Cesena-Roma 2-2: Cordova batte a colpo sicuro di testa, io paro e salvo il risultato. La curva mi osanna e io li ringrazio così, con quel gesto». Lamberto Boranga è uno e centomila. Portiere simbolo negli anni della contestazione, spirito di sinistra, basetta guascona. Ma anche bi-laureato e poeta. Oggi, dopo 40 anni, l’ex numero uno di Fiorentina, Cesena e Reggiana si candida a consigliere comunale a Reggio Emilia. Per la Lega Nord.
Un calciatore comunista che si candida per la Lega. Più strano di un portiere che tira i rigori...
«Dicevano che era strano pure che un calciatore professionista prendesse due lauree in biologia e medicina mentre giocava...».
Touché. Però lei è stato simbolo della contestazione, come Meroni e Sollier...
«Io avevo un atteggiamento rivoluzionario, ma né militante, né contestatore. Eravamo giovani baldanzosi e privilegiati che pensavano di combattere il potere e il capitalismo, di difendere il proletariato. Per questo il passaggio alla Lega è stato molto automatico».
Faccio come Dida, il portiere-saponetta del Milan: qualcosa mi sfugge...
«Massì. Io ero affascinato da Che Guevara e da Enrico Berlinguer, che era l’unico vicino alla gente. Come il Carroccio oggi».
Però il Pci non...
«Ma io nel partito non mi sono mai identificato! Il Pci è finito, è come il Risorgimento o il Medioevo. Inutile pensarci. Io stimavo le persone e gli ideali, ma quegli ideali sono stati distorti».
È cresciuto in Umbria e ha vissuto in Romagna. Dovrebbe votare Peppone, o Rifondazione, o al massimo Pd. E invece...
«Invece la sinistra è sparita da anni. Fanno politica per professione, come io faccio il cardiologo. Pensano ai loro interessi».
La Lega invece?
«La Lega pensa al territorio».
L’ha scelta solo per questo?
«Ovviamente no. Molte battaglie le condivido: legalità, ordine, pulizia, educazione fin da piccoli contro l’uso delle droghe. E anche la lotta per preservare l’identità delle città».
Si riferisce ai clandestini?
«Sì. Non ho nulla contro gli immigrati, ma quando giro per Perugia o Reggio Emilia non le riconosco più. Così, quando il candidato sindaco leghista a Reggio Angelo Alessandri mi ha chiesto la disponibilità, io ho accettato».
I consiglieri devono avere contatti saldi con la realtà...
«Guardi, io al calcio devo tutto. Neanche la medicina mi ha dato tanto. Però ho sempre voluto conoscere la gente e le cose. Quando giocavo a Cesena, studiavo. E una volta all’esame di anatomia fece irruzione il movimento studentesco. Certe cose, come l’autunno caldo, le ho vissute. Avevo il polso della situazione sociale e sentivo il dovere di parlarne».
Mai avuto problemi, per le sue idee?
«La politica mi ha portato contrasti e fastidi, mai benefici. Ai tempi eravamo un bel gruppo, tutti di sinistra. Una volta stavamo discutendo dell’aborto e arrivò Bersellini: ci zittì in un secondo».
Anche oggi politica e calcio vanno a braccetto. Guardi Giovanni Galli a Firenze...
«Lo conosco bene, è una persona seria. Se sei portiere sviluppi riflessività e spirito di osservazione. E un po’ di pazzia, come me. È l’istinto. Quello che magari ti fa sbroccare e dare un cazzotto a Vignola».
Quando fu coinvolto nella bancarotta del Foligno Calcio, disse: «Ho imparato che un medico deve fare il medico». Che fa, ora, ritratta?
«In quel caso ho fatto delle cazzate, l’ho ammesso. Ma le sfide mi piacciono, le partite si vincono e si perdono. Diciamo che un medico non può fare il dirigente. Ma il consigliere comunale sì, dai. Bossi lo chiamano il Senatùr? Boranga lo chiameranno El purteer».


Condividi