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Buffon si racconta: "Superman? E' nato così.." 

05.10.2009

Nel momento del bisogno, ci si aggrappa ai più forti. O a chi si scopre tale, anche per doti morali oltre che fisiche. Gigi Buffon non si tira indietro, lui sa apprezzare le fasi del calcio. Che non sono co­me le fasi lunari ma poco ci manca. «Certe esperien­ze non te le scordi più, in particolare come hai af­frontato i periodi negativi e come li hai superati». Parla da leader, il portiere che oramai è un tutt’uno con la Juve. «Sarò d’aiuto alla squadra», che suona un po’ così: vada per i pa­reggi, ma adesso serve qualcosa di più.

IL PROFESSORE - Lo ram­menta anche il Buffon che veste i panni del “ protago­nista” sul canale televisivo di casa, Juventus Channel. «Dobbiamo migliorare la fase difensiva intesa come organizzazione che parte dagli attaccanti per passa­re ai centrocampisti fino ad arrivare ai difensori. Questo è un lato del gioco da perfezionare, soprattut­to nelle partite interne do­ve abbiamo concesso tante palle gol agli avversari. Va registrato questo aspet­to...».

IL COMANDANTE - Gigi che dirige, Gigi che alza la voce. «Guidare la difesa è importante perché a volte basta un richiamo per sal­vare la situazione. Quindi, avere un bel rapporto con i compagni crea un clima di fiducia e collaborazione. Ci si conosce a memoria, pos­so capire se su palla alta devo andare io oppure uno dei ragazzi. Per comandare la difesa, per così dire, de­vi instaurare un rapporto buono con chi ti sta vicino».

IL PREDESTINATO - Vici­no, una parola che rim­bomba. Chi è stato vicino a Buffon al momento del lan­cio? Chi ha creduto nel tre­dicenne spavaldo che era cresciuto amando Matthaeus, il Pescara di Galeone, tifando Genoa e applaudendo il portiere del Camerun N’Kono? «Il no­me è quello del preparato­re dei portieri Ermes Ful­goni. Mi diede subito gran­dissima fiducia. Ora è alle­natore a Modena, ci sentia­mo ancora. Posso dire che i giovani allenati da lui sono fortunati. Fu lui ad intuire le mie possibilità, senza perplessità disse: questo diventerà un grandissimo portiere. Io avevo solo 13 anni, ero andato a Parma da solo, cambiando città, lasciando la famiglia. Lui non aveva dubbi e lo ripe­teva senza indugi, con energia. Molto del merito è tuo, è stato il mio sponsor. Io mi ritrovavo sbattuto in una nuova realtà e contare su Ermes era gratificante, mi dava sicurezza».

IL DEBUTTO - Un tuffo do­po l’altro sino all’esordio in serie A, da sbarbatello, il 19 novembre 1995. «Il tec­nico Nevio Scala annunciò che era arrivato il mio tur­no, a 17 anni. Ebbe corag­gio. Finì zero a zero». Sì, zero gol subiti. La missione era compiuta. Stava per nascere Superman... «I tifosi del Parma mi aveva­no regalato una maglietta dell’eroe dei fumetti, qual­che giorno prima della par­tita con l’Inter. Parai un ri­gore a Ronaldo e sotto avevo proprio quella ma­glietta. Così, dalla gioia mi levai quella da gara, andai verso di loro mostrando la S di Superman sul petto. Divenni Superman per tutti». Un pararigori che col tempo ha perso quella fama. «Eh sì, la media si è abbassata. Ma ricordo vo­lentieri quelli della Cham­pions 2003, purtroppo per­sa contro il Milan. E quel­lo parato a Figo nella se­mifinale contro il Real Ma­drid: indimenticabile. In quella serata venivano i brividi, c’era tensione per­ché c’era l’obiettivo da con­quistare, appunto la finale di Manchester. C’era da scrivere la storia, la palpi­tazione dei cuori biancone­ri... Fu una liberazione, quella parata sul porto­ghese».


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