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I primi 70 anni del grande Albertosi 

02.11.2009

Dal muretto del passato scivola leggera e nostalgica la figurina di Ricky Albertosi, lo sguardo fiero e di sfida da pistolero di Sergio Leone. In campo è stato il buono e il cattivo. «Il brutto però mai...». Vero. Amato dalle donne prima che dalle Curve di Fiorentina, Cagliari e Milan. Tre maglie, quelle del primo portiere italiano ad averle colorate: «Rossa a Cagliari, gialla al Milan». All’altezza del “cuore matto” due tricolori: il primo e unico dei sardi nel 1970 e la stella rossonera del ’79 «a 39 anni suonati». In azzurro, campione d’Europa nel ’68 e vicecampione del mondo nel ’70. E ora sono 70 anche le sue primavere, è nato a Pontremoli «il giorno dei morti», 2 novembre 1939. Contro la morte quattro anni fa ha alzato la sua saracinesca e respinto due rigori gelidi e letali come quelli parati a Kosice, in una storica gara di Coppa con il Lokomotiv.

Segno del destino, ma anche la tempra inossidabile dell’ex cow-boy tra i pali...
«Segno che lassù Qualcuno mi ama, mi ha ripreso per i capelli due volte. Ci sono volute sei scosse per rianimarmi. Dopo il coma sembrava fosse finita lì, ma poi ho cominciato a perdere peso. Ero sceso di 15 chili, per fortuna scoprono che ho un problema alla tiroide. Mi ha salvato l’equipe del prof. Martino a Pisa. Se sono qui a raccontarla, lo devo al dott. Bogazzi e al dott. Miccoli che mi hanno rimesso al mondo».

Una sfida vinta con coraggio dal difensore davvero estremo che è sceso in campo fino a 45 anni (ultima fermata Elpidiense in C2) e che sulla pelle conserva le cicatrici delle 532 battaglie di serie A.
«Un portiere non deve mai avere paura di niente. In campo ho preso le stesse botte di un pugile... Ho perso cinque denti, rotto due dita e due volte il setto nasale, ma fa parte del ruolo».

I portieri di oggi forse prendono meno botte e tanti soldi in più.
«Infatti gli invidio solo una cosa, gli ingaggi stratosferici. Uno come Dida alla fine si porterà a casa 25-30 milioni. E a quel punto caro mio non puoi sbagliare. E invece che mi tocca vedere…».

Cosa vedono i suoi occhi esperti?
«Tanti errori di concetto. Non sopporto che un portiere piazzi la barriera e poi prenda gol banali sul suo angolo, non posso accettarlo da un professionista strapagato. E poi basta con queste maglie n° 38 o 99, con dedica alla fidanzata, alla zia... Ma siamo seri, rimettetevi sto’ benedetto n° 1 e siate fieri di portarlo sulla schiena».

Altre cose inguardabili di questo calcio?
«L’atteggiamento da forzati del pallone. Noi ci divertivamo e solo a fine carriera ci rendevamo conto che quel gioco era diventato il nostro mestiere. Adesso è mercenariato puro e quando sento quella parola magica mi vengono i brividi…».

Quale parola magica?
«Stress. Questi poveri ragazzi sono stressati perché giocano troppo. Ma come? Se tutte le squadre ormai hanno rose di 30 giocatori... Noi eravamo la metà. Alla Fiorentina mi ricordo di 14 partite in 30 giorni, ma nessuno si è mai permesso di dire: sono stressato».

Ma i suoi occhi almeno vedono un gioco tecnicamente apprezzabile?
«Per niente. È un calcio più brutto, troppo fisico con giocatori che vanno talmente veloci che è il pallone a doversi fermare ad aspettarli. Non ci siamo. Dove sono finiti i Rivera, i Mazzola, quella gente che accarezzava il pallone? Quanto vorrei rivedere un Sivori in campo…».

A proposito di reati, i tifosi la condannarono per il gol preso da Pak Doo Ik e la “Corea” azzurra, i giudici per il Calcioscommesse dell’80...
«Peggio la seconda e tutto per colpa di una telefonata in cui chiedevo di lasciare vincere il Milan. Ho pagato io, ma ho salvato tutta la squadra che sapeva, Rivera compreso...».

Lei si è sempre ritenuto più forte di Dino Zoff. È per questo che per anni non vi siete parlati?
«La storia risale a Argentina ’78. Zoff pretese e ottenne da Bearzot che non venissi convocato come secondo, perché la mia presenza lo rendeva insicuro. Allora quando prese quei due gol da centrocampo con l’Olanda l’ho massacrato di critiche. Dino mi tolse il saluto. Però anni dopo ci trovammo per caso nello stesso hotel e ci siamo abbracciati come due fratelli».

Chi è stato la sua “bestia nera”?
«Nessuno, mentre io lo sono stato di Giorgio Mariani: alla Fiorentina non è mai riuscito a segnarmi, neppure in allenamento. Poi quando lo incontravo da avversario mi minacciava: “Oggi te lo faccio Ricky...” Niente da fare, deve ancora segnarmelo quel gol».

Quando chiude gli occhi ripensa mai alla partita e alla parata della vita?
«La mia partita della vita è stata anche quella del secolo, Messico ’70, Italia-Germania 4-3. Ogni volta che la rivedo mi sembra di assistere a un film. La parata delle parate, la feci in un Vicenza-Milan. Tre interventi in 5 secondi: tiro ravvicinato di Paolo Rossi, respingo sui suoi piedi, ritira, riparo, arriva un altro attaccante e la devio in angolo. A volte mi agito nel letto ripensandoci, peccato che la tv non l’ha mai fatta rivedere».

C’è stato in tutti questi anni un altro Albertosi?
«Il primo Gigi Buffon era come me, esordio giovanissimo, spaccone, incurante del pericolo, spregiudicato ed eccezionale tecnicamente e stilisticamente».

A portieri come stiamo messi?
«Male, una scuola in crisi la nostra. Anzolin, Lorenzo Buffon, Vieri, Castellini, Sarti, Zoff, i più bravi della mia generazione, erano tutti da Nazionale. Se togli Buffon oggi chi metti? È un deserto. Non c’è gente all’altezza di indossare la maglia azzurra».

È per questo che Milan e Inter si sono rivolti all’estero?
«La moda dei portieri stranieri non paga, per dieci presi, solo uno vale la candela: Julio Cesar. Ma siamo nell’eccezionalità, in ogni senso».

Di Albertosi si è sempre detto che era una testa calda, devota a bacco, tabacco, cavalli e venere...
«Ho sempre fatto tutto alla luce del sole e questo dava fastidio. Qualche bicchiere certo, 25 Malboro al giorno, ma quando ho smesso di giocare ho anche chiuso con il fumo. Con Beppe Viola ci trovavamo a San Siro, dicevano che giocavo milioni all’ippodromo, ma erano puntate normali. Quanto a donne e notti brave, rispetto ai giocatori di oggi che sono sempre fuori fino all’alba, Albertosi al confronto è stato un francescano. O quanto meno un tradizionalista».

Siamo al 90°: un regalo per questi 70 anni?
«Che sempre quel Qualcuno lassù mi faccia vivere altri vent’anni in salute come adesso, insieme alla mia famiglia. Tutti gli altri regali me li ha già dati il calcio e la mia vita, giusta o sbagliata che sia, me la tengo stretta...».
Massimiliano Castellani


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