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Portieri, non si può parare la malinconia 

15.11.2009

Hanno scelto di giocare al contrario, non usano i piedi ma le mani e guardano il mondo da dietro. Non fanno i gol, ma li evitano: stanno lì, nel confine dei pali che li lascia fuori dalla bagarre di sudore e calci ma anche dalla festa per la rete realizzata. E’ la solitudine dei numeri uno, uomini spesso istrionici, bizzarri, spesso malinconici. Estremi, come da definizione dei puristi della telecronaca. Lo era sicuramente Robert Enke, il 32enne portiere dell’Hannover e della nazionale tedesca, che si è tolto la vita gettandosi sotto un treno. La storia del pallone è segnata da tante figure che fuori dai pali si sono imbattute in una parabola che non sono riuscite ad evitare, un pallonetto purtroppo imparabile.
Lo sa un vero numero uno come Gigi Buffon, il migliore al mondo: ha raccontato di essere finito nel buco nero della depressione. Sei mesi in cui le gambe avevano cominciato a tremare senza un apparente perchè. «Era come se la mia testa non fosse mia, come se fossi continuamente altrove». Campioni fuori dal coro, i portieri: come Rinat Dasaev, il numero uno della nazionale sovietica. Negli anni’80 era considerato il più forte al mondo: l’inizio della fine arrivò il 25 giugno 1988, quando il destro al volo di Van Basten si infilò in rete portando con sè il crollo di un mito. L’alcol prima, un paio di schianti in auto e la morte vista in faccia, poi la solitudine sempre più profonda e quel male di vivere che ne farà un vagabondo per oltre dieci anni. Moacir Barbosa invece il riconoscimento di miglior portiere del mondiale lo aveva già ottenuto, prima di scendere in campo nella partita decisiva nel 1950 a Rio, per difendere la porta del suo Brasile. La sconfitta per 2-1 con l’Uruguay divenne tragedia nazionale, e l’ex divo dei pali divenne quasi un appestato, e quando nel ’93 provò ad entrare nel ritiro della Selecao lo lasciarono fuori dalla porta. In Italia un portiere di riserva ha affidato a un blog la sua storia fatta di soldi, belle donne, ma anche tanta depressione. Perchè i portieri sono eccessivi, nel bene e nel male. Tra loro ci sono gli appassionati d’arte come Giuliano Terraneo, ex di Milan e Torino, o il paraguaiano Josè Chilavert, uno che al pallone affiancava la passione politica tanto da girare nelle fabbriche per confrontarsi con gli operai. O il colombiano Renè Higuita, coinvolto in storie di droga e finito addirittura in galera.
Enrico Albertosi è stato uno dei più grandi portieri della sua epoca. E ha un’opinione precisa di quanto accaduto ad Enke. «Non credo c’entri il calcio nel suo suicidio. Per arrivare a compiere un gesto del genere devono esserci problemi extracalcistici. Ma ai miei tempi ci si divertiva a giocare, non come oggi. Di questi tempi ci si diverte poco. Guadagnano tanto i calciatori di oggi, ma non si divertono più. E’ vero, il ruolo del portiere è particolare - spiega Albertosi - effettivamente è un uomo solo: mentre tutti gli altri possono permetterselo, a lui non è permesso di sbagliare. La mia vita è stata costellata da parecchie vicissitudini, ma non per questo mi è venuto mai in mente di suicidarmi».

Il Tirreno
violaplanet.it


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